Dimmi come ti chiami su Twitter e ti dirò chi sei.

Come vi chiamate su Twitter?
Quando vi siete iscritti, avete inserito il vostro vero nome e cognome, come Twitter, educatamente, vi suggeriva?
Io no.

Usare o meno nome e cognome, sul web, è una diatriba infinita.
Anche la scelta del perfetto nickname è un argomento difficile. Oceani di parole sono stati già versati al riguardo.
La teoria più gettonata sembra essere questa: “In Rete bisogna metterci il Nome e la Faccia” – e avere, inoltre, un nickname uguale su tutti i social.

Io mi limito a Twitter, e una considerazione di partenza è questa: scegliere il @nickname spesso vuol dire mettere un primo filtro tra noi e le persone che potremmo incontrare.
Il @nickname puo’ essere cioè un velo sulla nostra reale identità. Un velo più o meno trasparente, più o meno serio.
I gradi principali di filtraggio- tra i quali ci sono le mille possibili sfumature – sono quattro:

1- NomeCognome reale, @Nick reale.
Asdrubale Jannacci @a_jannacci.
Filtro: nessuno.
Nessuna volontà di nascondersi. Qualcuno dirà: nessuna fantasia. Ma non è che nella vita bisogna esser fantasiosi per forza. Figuriamoci sui social.
Forse è la scelta più logica se si è già qualcuno. Ci si reputa, cioè, abbastanza interessanti/famosi da interessare agli altri così come si è.
Infatti, è la scelta obbligata per i VIP che su Twitter più che socializzare vogliono mettersi in mostra; e resta la scelta ideale per giornalisti, professionisti stimati in ogni campo, scrittori, insomma gente più seria di me.

2- NomeCognome reale (o quasi), @Nick soprannome.
Chiara V. @Chiaruccia55
Filtro: basso.
E’ una scelta intimista: ci faremo chiamare su Twitter come ci chiamano i nostri amici. Vediamo quindi Twitter come un’arena di potenziali nuovi amici.

3- NomeCognome di fantasia, @Nick di fantasia.
La Sirenetta Arenata @LisaMarieZombie
Il @nick puo’ essere legato a qualche nostra presunta qualità o difetto reale: @Insopportabile, @Sconnessa, @SonoCretina, o anche no: @CricetoMutante, @VentoTagliente, ecc.
Filtro: medio. Preferiamo mettere l’accento su una nostra caratteristica. Diamo più importanza alla personalità che all’identità. Poi l’identità magari è anche svelata, nella bio. Ma viene dopo.
Il @nick scelto, dunque, è una dichiarazione programmatica di intenti. Oppure una solenne minchiata.

4- NomeCognome fasullo, @Nick legato a un alter ego fasullo.
Dio @lddio
Questo è un gradino successivo, il più alto. Qui Twitter dà il meglio di sè, consentendo la creazione di alter ego spesso chiaramente finti. Appartengono a questa categoria i fake (i profili falsi di personaggi famosi), nonchè i vari filoni di personaggi immaginari, i gotici (maghi, streghe, vampiri), storici (poeti e artisti/da tempo estinti), mistici (@Iddio, @Diavolo, @TristeMietitore), eccetera.
Chi fa questa scelta entra in una parte e twitta a tema, interpreta quel personaggio.
Personalmente seguo diversi personaggi di fantasia e mi divertono.
Filtro: alto, totale, protezione 50. L’identità vera rimane spesso celata (non sempre: @lultimovampiro, ad esempio, interpreta in modo gradevole e non ossessivo il suo personaggio, ma la sua identità è ben nota).

Vi vengono in mente altre categorie?

Tornerò sull’argomento, dopo che avrò studiato un po’. Fermo restando che, per capire come una persona vede e vive Twitter, bisogna seguirla. E spesso neanche questo basta.

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Celebrities e Social Media: intervista a Margareth Madè

L’argomento dei VIP su Twitter solleva sempre polveroni.
Quello che molti sembrano proprio non digerire è che qualcuno, già famoso nella vita offline, si ritrovi un oceano di followers appena fa la sua comparsa su Twitter, mentre loro, che sono espertoni del mezzo, è da anni che lottano per conquistarsene uno alla volta. Come se il successo su Twitter fosse correlato alla capacità di utilizzo dello stesso (e chissà mai che capacità ci vorranno, tra l’altro). E tralasciamo le polemiche sui famosi che si comprano followers da società specializzate, eccetera.
Per fare un po’ di chiarezza ho deciso di inaugurare una rubrica a cadenza totalmente casuale, che indaghera’ il rapporto coi social di alcune celebrities. Questa sera, all’evento Fuorisalone Sicis, ho intervistato l’attrice Margareth Madè, una donna di una bellezza talmente sfolgorante da ridimensionare all’istante qualsiasi autostima, soprattutto la mia.

• Com’è il tuo rapporto con il web?
Sono sempre connessa, ormai è inevitabile. Ho un iPhone, lo utilizzo più per mandare email che per telefonare, e un iPad. L’iPad è utilissimo, lo uso spesso in viaggio, per leggere le sceneggiature.

• Cosa pensi dei social network? Ho visto che hai una pagina Facebook…
Esatto, ho una pagina ufficiale che viene gestita soprattutto da un amministratore. Ogni tanto vado a dare un’occhiata, ma poi lo lascio fare. Preferisco così. Facebook è un’invenzione geniale, mi piace perchè ti permette di rimanere in contatto con tutto il mondo, anzi: di avere il mondo a casa. Ma d’altra parte è importante il contatto vero, fisico, stringersi la mano. Conosco tante persone che passano troppo tempo su Facebook: lì sono pieni di amici, ma non li vedono mai.

• Tu invece non ci vai spesso?
Non ne faccio un uso quotidiano, direi più settimanale o mensile.

• Di Twitter invece che pensi? E’ molto trendy, oggi, tra voi celebrities.
Non ho un account Twitter, ma l’idea mi piace molto. Perchè rivaluta la parola scritta, il mandare dei messaggi. E’ bella la parola scritta. Occasionalmente ricevo dai fan della posta cartacea e mi piace aprire la busta, rispondere, spedire…Twitter, per una celebrity, è lo stesso: è bello che ci sia uno strumento per creare un contatto con persone che apprezzano quello che fai e che ti stimano.

• Quindi ti vedremo presto su Twitter?
Sto pensando di aprire un account, ma mi farei aiutare da un amministratore. Non per negligenza, ma per carattere: non fa per me stare attaccata a un social e invece mi piacerebbe starci dietro al 100%, avere un dialogo quotidiano.

5 Paranoie causate dai social media di cui avremmo fatto volentieri a meno

1 – Il Twitter Killer.

Molte paranoie generate da Twitter sono legate al rapporto distonico coi followers, o meglio: col numero di followers. Tra le più celebri, “Twitter mi toglie le persone che seguo” e, specularmente, “Twitter si mangia i miei followers a loro insaputa”. Ansie che ormai, grazie anche a mezze ammissioni dello stesso Twitter, sconfinano nella dietrologia.
La paranoia del Twitter Killer, però, è roba più raffinata. Chi ne è vittima infatti arriva a credere che esista qualcuno di talmente invidioso da defollowarci di proposito per impedirci di raggiungere la cifra tonda. Sei a un passo dai 1000? Dai 10.000? Dai 10? Se non riesci ad arrivarci è perchè un Twitter Killer ti sta tenendo d’occhio, pronto a spararti il suo defollow come un Clint Eastwood meno buono (lui almeno sparava per farti precipitare dalla forca). Si ignora se, in un momento successivo, il Twitter Killer ti rifollowi o se sia perduto per sempre.
Ora, io voglio sperare che certe paranoie restino confinate in una zona d’ombra della nostra mente dalla quale possano uscire solo coprendosi di ridicolo, e che non esista nessuno che creda seriamente all’esistenza del Twitter Killer; e soprattutto non ci voglio credere io. Perchè se esistesse, sarebbe veramente il più preoccupante degli esseri umani. Forse ancora più preoccupante di chi manda email da un pc e in coda alla mail scrive “Inviato da iPad”.


2 – La Sindrome da Primo Retweet (o Paranoia della Voce nel Deserto).

La paura di parlare da soli è l’incubo peggiore di molti utilizzatori di social media, che vivono in perenne ansia di smentita. Essi desiderano suscitare partecipazione, commenti, dibattito – lasciare insomma una traccia, che per gli altri utenti è spesso simpatica e desiderabile come una scia di lumaca.
A tal proposito mi sono chiesta spesso perchè alcuni, soprattutto blogstar e personaggi popolari con un sacco di followers /amici/ gente nelle cerchie, tendano a mettere “Mi Piace” o “+1” per primi sotto i propri post. Come è stato fatto notare, un comportamento equivalente a fare un comizio e poi applaudirsi da soli.
Forse la spiegazione sta nella Sindrome Da Primo Retweet. Consiste in questo: avete mai notato che si retwitta assai più facilmente un tweet già retwittato da altri – soprattutto da altri più famosi – piuttosto che rewittare per primi?
Per proprietà transitiva, mettendo un “Mi piace” sotto un proprio post, per primi, si spera di infondere coraggio in quelli che verranno dopo, che a catena si faranno trascinare. A chi soffre di questa paranoia deve sembrare molto malinconico un post senza uno straccio di interazione sotto. E malinconico forse è peggio di ridicolo.


3- Il Ladro di (Brutte) Idee.

A parole siamo tutti felicissimi del Copyleft, viva il sapere collettivo, le licenze Creative Commons, eccetera. Ma nei fatti molti di noi sono guardinghi e gelosi delle proprie idee e la grande paura è che ogni nostro supposto colpo di genio venga riciclato, senza darcene credito, da invidiosi senza scrupoli. (Come mai siamo diventati così preoccupati dell’invidia altrui, se facciamo di tutto per suscitarla?)
Peccato che spesso l’ansia di provare la paternità offuschi la vergogna per aver prodotto un’idea talmente mediocre che, invece di svergognare pubblicamente il presunto ladro, faremmo meglio a tacere e a disconoscerla.
Il fenomeno ha raggiunto punte di isteria collettiva quando un famoso comico ha fatto man bassa di battutacce su Twitter. Ad ogni modo, se vi capitasse di venire accusati, vi consiglierei di prendervi comunque la colpa.
Ho la sensazione che non si possa tener testa a un paranoico, e che qualsiasi altra cosa diciate/facciate non farebbe che peggiorare le cose.

4- La Paura del Nuovo che Avanza e il Nonnismo della Twitstar (© @istintomaximo).

Paranoia tipica degli early adopters, convinti che ogni nuova iscrizione al loro social preferito sia la catastrofe definitiva che ne distruggerà per sempre la qualità e la peculiarità di “isola felice”. La convinzione di fondo è “meno siamo, più ci divertiamo”. (Io non mi sto divertendo molto su Google + per adesso, a dire il vero, ma già prevedo le lamentele quando gli iscritti aumenteranno).
Il Nonnismo delle Twitstar invece, brillante definizione che prelevo da un tweet di @istintomaximo, consiste nella paura di fare #FF a qualcuno che non faccia parte di quel gruppetto di 20-25 Famosi-Ma-Non-Troppo. Paura che arrivi qualcuno di nuovo e fresco a portare via followers; esattamente come un’azienda teme nuovi concorrenti che portino via una fetta del mercato. Per evitarlo le Twitstar si fanno #FF sempre tra di loro, cercando di rimbalzarsi i followers come pallette di gomma rincoglionite.
E pensare che gente che è da molto tempo su Twitter dovrebbe averne capito logiche e potenzialità, ma soprattutto l’inarrestabilità di certi processi.

5- Applicazioni che Postano al Posto Mio e Mi Sputtanano.

Qualche tempo fa, un ex-collega cliccò sul tasto “Tweet” mentre stava su Youporn e tutti ebbero il piacere di condividere il suo apprezzamento per due Milf bionde molto affettuose. La cosa peggiore è che se ne accorse un paio di giorni più tardi, quando era troppo tardi per rimediare cancellando il tweet. Disperato, da allora vive nell’ansia di essere connesso a qualsivoglia social e da ultimo si è anche cancellato da FB.
Credo sia un caso isolato e che sia stato davvero uno (strano) incidente. Ma sono in grado di capire la sua ansia.
Le applicazioni che per funzionare ti chiedono il permesso di “postare al posto tuo”, ad esempio, mi scatenano qualcosa di simile. Ho rimosso Fanpage perchè spiattellava a tutti, su FB, gli articoli che avevo letto. Sicuramente esiste un modo per impostare l’applicazione in modo che non si prenda certe libertà. Un modo che non ho assolutamente tempo, o voglia, di scoprire.
Preferisco continuare a vivere con la sottile paranoia che qualche applicazione mai rimossa stia pubblicando cose segrete di me a mia insaputa. Almeno ho qualcosa di cui lamentarmi e, dopo tutto, noi siamo le paranoie che ci scegliamo.

Le lagne umane su Twitter.

Ahimè. Oggi affronto un tema lacrimoso.
Le lagne umane su Twitter.

Non c’è niente da fare. La TL è costantemente invasa da laconici pensieri suicidi (o auguri di morte ai propri rivali), microrimpianti sulla dieta andata in fumo, ex che si rifanno dolorosamente vivi, ex che dolorosamente non si fanno più vivi, crisi esistenziali o mistiche così vaste e complesse che si possono descrivere in 140 caratteri.
Spesso, poi, l’infelicità vera o presunta scatena il lato poetico dell’addolorato tuittero in questione, che riflettendo arriva a strazianti conclusioni delle quali, onestamente, faremmo volentieri a meno.
Insomma, Twitter is the new diario segreto. Tutto quello che una volta avevamo la decenza di scrivere lì, oggi lo rovesciamo sulle testoline ignare dei nostri poveri followers.
Ogni 4-5 tweets, ce n’è almeno uno che lo leggi e sprofondi in una pozza di depressione.
Se non che, alla lunga, la depressione si tramuta in fastidio, e poi decisamente in noia.
Non è insensibilità. E’ l’inevitabile assuefazione.

Per favore: non lo fate.
Non è solo che la negatività porta negatività. Non è solo che, anzichè suscitare la nostra compassione, suscitate i nostri sbadigli.
Non è, nemmeno, che su Twitter dobbiamo fare tutti i brillanti, gli ironici a tutti i costi, i cinici leggeroni, ed essere sempre pronti a buttarla in battuta (anche se temo per molti sia così, ed è un’altra categoria molto pericolosa).
E’ che rischiate di stare peggio. Perchè questo non è “sfogarsi”. Sfogarsi è parlare, piangere, imprecare. E’ un flusso. Twittare l’infelicità a singhiozzo la frammenta. Si manda fuori un pezzo di infelicità e si aspetta che qualcuno lo raccolga. Se non viene raccolto da nessuno, si sta anche peggio.
La verità è che il dolore è personale. E’ una delle poche cose veramente solo nostre, e possiamo portarlo solo da soli.
Avete tutta la mia solidarietà, comunque. Condividerlo aiuta, ma solo con certe persone, purtroppo. Non con tutti.
E poi, ricordate che c’è sempre il caro, sottovalutatissimo, #silenzio.

Social a doppio taglio

Ci sono tante cose positive riguardo ai social media. Tantissime.
E non le elenco perchè mi sembra davvero superfluo.
Ci sono poi le cose negative. Come in tutte le cose.
Forse la più negativa di tutte è che sono degli ottimi modi per fuggire da se stessi.
Perchè è assai più facile – specie quando si è giù di corda- stordirsi con i social che non fissare un muro bianco e lasciar galleggiare le domande.

Futuro senza futuro. Diario dal 2411

Diario.
Inizio pensiero. Modalità: seria. Elimina pensieri sarcastici.

31 dicembre 2411
Sono andata a trovare nonna. Aveva il mal di schiena: l’Organotrol l’aveva previsto fin da ieri. Il suo Materializzatore è rotto. E il robot che dovrebbe aggiustarlo è rotto anche quello, da mesi. Nonna è una tale fricchettona; si riduce sempre all’ultimo. Col mal di schiena già in corso non ha potuto materializzare le pillole prescritte dal medico.
L’ho trovata in preda a dolori lancinanti: sono stata costretta ad andare fino in farmacia.
Giuro che non metterò mai più piede in un posto del genere. Capisco perché le farmacie, e in generale tutti i negozi, hanno smesso di esistere. I commessi robot sono troppo impegnati a chattare tra loro per servirti in modo efficiente, e poi, non per essere razzista, ma simili posti ormai sono pieni di immigrati extraterrestri, gli unici che ancora non possono permettersi Materializzatori a casa loro.
Alla fine ho recuperato delle pillole con un principio attivo simile. Tornando, correvo talmente veloce – il pensiero che mia nonna o un qualsiasi essere umano provino ancora dolore fisico nel 2400 è semplicemente intollerabile – che il mio Organotrol ha iniziato a lampeggiare, avvertendomi che le ginocchia erano troppo sotto sforzo. Se avessi proseguito a quel ritmo, l’indomani mi avrebbero fatto male. Sono stata costretta a rallentare.
Nonna ha assorbito le pillole via vista, e istantaneamente si è sentita meglio. Il suo Organotrol s’era appena calmato, che il mio ha ricominciato a lampeggiare su “INTESTINO: 3”. Non avrei dovuto mangiare fritto misto a pranzo. Fortuna che in tre ore avrei avuto tutto il tempo di fermare la diarrea incombente.
Invece di essermi grata per averla liberata dal dolore, nonna non ha perso l’occasione per rompere le scatole: “Vedi, tu, che sei nostalgica e vorresti vivere nei primi anni del 2000? Pensa che allora gli Organotrol non esistevano”.
In effetti mi vengono i brividi a pensarci. Ma come diavolo faceva la gente ad affrontare le giornate, senza sapere quale malanno li avrebbe colpiti e in quanto tempo?
Del resto non era raro che morissero a 90, persino 80 anni per infarti improvvisi, ictus, eccetera.

1 gennaio 2412, da Urano.
Sono arrivata ieri sera sperando di rilassarmi un po’, dopo lo stress della farmacia e della nonna. La Terra è deserta: tutti presi dalla foga del viaggio di fine anno. Adesso sono trendy i pianetini di Andromeda: posti come Urano e la buona vecchia Luna sono ormai considerati troppo noiosi. Perfetti per me, dunque.
Sarà che io sono vecchia dentro, ma mi piace la tranquillità. Credo proprio di essere nata in un’epoca sbagliata. Sono troppo nostalgica. Forse la vita una volta era più…libera, più semplice. Ad esempio, mi chiedo come fosse quando la gente poteva spostarsi solo da un punto all’altro della Terra, e chiamava questo “viaggiare”.
Scommetto che si divertivano più di noi.

2 gennaio 2412, sera.
Uhm, forse Urano è troppo tranquillo. In effetti, una noia mortale. E’ finita che ieri sera, sull’onda della nostalgia, mi sono guardata un vecchissimo film del primo secolo del 2000.
Parlava di cose chiamate “social network”, delle specie di antenate delle nostre Reti di Pensiero. Solo che dovevi sederti davanti a un computer o accendere un cellulare per potervi accedere. Incredibile.
Mi ha colpito, nel film, la quantità di attori, anche giovani, che fumavano sigarette. Il fumo è una cosa che mi ha sempre affascinato. Un’altra delle contraddizioni dell’umanità di una volta: credevano di essere liberi di fumare, invece era come una schiavitù.
Pensavo comunque che il fumo a quel tempo fosse già scomparso o stesse per scomparire, invece sembrava ancora andare per la maggiore (il film era del 2011, credo).
Ne parlerò con nonna.

3 gennaio 2412, sera.
Oggi è successa una cosa pazzesca; una cosa che mi ha definitivamente convinta di esser nata nell’epoca sbagliata. Io sarei dovuta nascere tra il 1985 e il 1995.
Son tornata sulla Terra. Sono andata da nonna a trovarla: ora sta benissimo, era già in partenza per lo sci con la sua compagnia di vecchietti (come non manca mai di farmi notare, a 126 anni è la più giovane del gruppo). Volevo capirne un po’ di questa faccenda del fumo. Dopotutto avere una nonna storiografa è un bel vantaggio.
E’ stato proprio parlando del fumo che ho scoperto la cosa. Nonna dice di avere conservato un diario della nonna di sua nonna, vissuta all’incirca all’epoca del film. Nel diario, alla voce “31 dicembre”, ogni anno, c’era un elenco di “Propositi dell’Anno Nuovo”.
La gente, cioè, ogni fine anno faceva dei “propositi” – sorta di “promesse” fatte a sé stessi – che riguardavano obiettivi diversi, come, appunto, “smettere di fumare”, ma anche “migliorare la carriera”, o anche “essere più generosi”. Si può immaginare qualcosa di più pazzesco? Di più meraviglioso?
La gente, cioè, aveva dei desideri. Credeva di avere in mano il proprio destino; credeva veramente che formulando dei propositi, e impegnandosi, questi potessero tramutarsi in realtà.
Che magia in tutto questo, che poesia. Non è questa la vera libertà? Altro che i nostri Proiettori, che ci informano ogni giorno di quanto siamo felici e di cosa dobbiamo fare per continuare a esserlo, monitorando i nostri livelli di endorfine e di energia psichica.
Ci hanno tolto la facoltà di immaginare il nostro futuro, in cambio di una felicità perfetta nel presente. Ci hanno truffato. Felicità e salute eterne. Ma io ne ho abbastanza. Voglio essere triste, scontenta di me; voglio poter decidere di cambiare.
Perciò adesso lo formulo anch’io, un proposito di anno nuovo.
Voglio inventare una macchina del tempo. E voglio anche cominciare a fumare.

Il Principe Azzurro lo immaginavo diverso

La mia amica Sibilla ha svolto un’indagine tra i profili di iscritti (maschi) a Meetic e siti analoghi.

Indagine – lei sostiene- puramente sociologica, senza alcun secondo fine. E che avrebbe fruttato la seguente Top 5 degli incipit più usati nelle descrizioni di sè:

1- “Sono una persona positiva, solare, con tanta voglia di vivere”.
(Perchè allora contatti me che sono una darkettona, mi vesto di nero e vado a ballare allo Zoe?)

2- “Trovo che sia riduttivo descriversi con poche parole. Se vuoi sapere chi sono, scrivimi”.
Minima spesa, massima resa.

3- “Bè…che dire….non so perche sono qua….”
E hai pure pagato per iscriverti.
Comunque pensaci. E poi non farmi sapere.

4- “Rispondo solo a foto: astenersi cozze”.
…cozze secondo chi?
Gli invierei la foto di una vongola.

5- “Sono un tipo senza grilli per la testa. Cerco donna all’antica senza grilli per la testa”.
A questo invece gli riempirei il letto, di grilli.

Vi prego, ragazzi. Vabbè che son tempi grigi, ma più fantasia.