Internet e la risurrezione delle buone maniere

Ho scritto un post, qua sotto. Parlava di come sul web siamo tutti più coraggiosi, e più maleducati.
Poi, ho soppesato l’altra faccia della medaglia.
Selvaggia Lucarelli ha scritto un articolo su Libero su Sara Tommasi, sostenendo che la ragazza ha bisogno di aiuto. Poi, sul suo Facebook, ha postato il tweet idiota di un tipo che riporto tal quale:

La cosa che più mi è piaciuta, e mi ha fatto riflettere, è stata questo commento della Lucarelli:

Il sacro terrore del pubblico ludibrio.
Chissà che non sia questo, a salvarci.
Chissà che non si ridiventi tutti più cauti, più attenti a quello che si scrive, più riflessivi e, in sostanza, più educati.
Come sappiamo, la rete non perdona.
Quello che si scrive rimane lì. E circola. Impossibile tornare indietro, se non scusandosi.
E se anche fosse solo la paura del giudizio altrui a spingerci ad agire bene e a pensare prima di scrivere, non sarebbe una cosa da poco.
Non c’era una massima del tipo “Cura i tuoi pensieri perchè diventeranno le tue azioni, e cura le tue azioni perchè diventeranno il tuo carattere”?
Ma sto diventando troppo moralista. Devo smetterla di rileggere Jane Austen.

Annunci

Il sottile confine tra educazione e battuta


Ci penso da tempo.
Illuminante per me è stato questo post di Simona Melani.

A volte, le persone sembrano aver smarrito la base fondamentale di ogni rapporto, digitale o analogico che sia: la buona educazione. Avete mai detto a qualcuno, in faccia, durante una conversazione “ma come cazzo parli?” o cose del genere? Scommetto di no. Cosa autorizza quindi a prendersi certe libertà online?
Ci rende davvero più fighi, più cool, “stocazzare” i cosiddetti vip, rispondere loro con astio su questioni assolutamente irrilevanti, solo per il gusto di salvare il proprio tweet “coraggioso” tra i preferiti? Perché gli italiani si ostinano ad usare i social media come dei bambini di tre anni?

Sui social siamo tutti molto più coraggiosi che nella vita offline.
Più maleducati, volendo. Sia in attacco, sia in difesa.
E’ infantilismo? E’ rabbia repressa? E’ solo voglia di mettersi in mostra?
Qual è il confine tra bonarietà (o “lollosità”, atroce ma efficace neologismo) e astio?
Tra “ridere con” e “ridere di”?

Dimmi come ti chiami su Twitter e ti dirò chi sei.

Come vi chiamate su Twitter?
Quando vi siete iscritti, avete inserito il vostro vero nome e cognome, come Twitter, educatamente, vi suggeriva?
Io no.

Usare o meno nome e cognome, sul web, è una diatriba infinita.
Anche la scelta del perfetto nickname è un argomento difficile. Oceani di parole sono stati già versati al riguardo.
La teoria più gettonata sembra essere questa: “In Rete bisogna metterci il Nome e la Faccia” – e avere, inoltre, un nickname uguale su tutti i social.

Io mi limito a Twitter, e una considerazione di partenza è questa: scegliere il @nickname spesso vuol dire mettere un primo filtro tra noi e le persone che potremmo incontrare.
Il @nickname puo’ essere cioè un velo sulla nostra reale identità. Un velo più o meno trasparente, più o meno serio.
I gradi principali di filtraggio- tra i quali ci sono le mille possibili sfumature – sono quattro:

1- NomeCognome reale, @Nick reale.
Asdrubale Jannacci @a_jannacci.
Filtro: nessuno.
Nessuna volontà di nascondersi. Qualcuno dirà: nessuna fantasia. Ma non è che nella vita bisogna esser fantasiosi per forza. Figuriamoci sui social.
Forse è la scelta più logica se si è già qualcuno. Ci si reputa, cioè, abbastanza interessanti/famosi da interessare agli altri così come si è.
Infatti, è la scelta obbligata per i VIP che su Twitter più che socializzare vogliono mettersi in mostra; e resta la scelta ideale per giornalisti, professionisti stimati in ogni campo, scrittori, insomma gente più seria di me.

2- NomeCognome reale (o quasi), @Nick soprannome.
Chiara V. @Chiaruccia55
Filtro: basso.
E’ una scelta intimista: ci faremo chiamare su Twitter come ci chiamano i nostri amici. Vediamo quindi Twitter come un’arena di potenziali nuovi amici.

3- NomeCognome di fantasia, @Nick di fantasia.
La Sirenetta Arenata @LisaMarieZombie
Il @nick puo’ essere legato a qualche nostra presunta qualità o difetto reale: @Insopportabile, @Sconnessa, @SonoCretina, o anche no: @CricetoMutante, @VentoTagliente, ecc.
Filtro: medio. Preferiamo mettere l’accento su una nostra caratteristica. Diamo più importanza alla personalità che all’identità. Poi l’identità magari è anche svelata, nella bio. Ma viene dopo.
Il @nick scelto, dunque, è una dichiarazione programmatica di intenti. Oppure una solenne minchiata.

4- NomeCognome fasullo, @Nick legato a un alter ego fasullo.
Dio @lddio
Questo è un gradino successivo, il più alto. Qui Twitter dà il meglio di sè, consentendo la creazione di alter ego spesso chiaramente finti. Appartengono a questa categoria i fake (i profili falsi di personaggi famosi), nonchè i vari filoni di personaggi immaginari, i gotici (maghi, streghe, vampiri), storici (poeti e artisti/da tempo estinti), mistici (@Iddio, @Diavolo, @TristeMietitore), eccetera.
Chi fa questa scelta entra in una parte e twitta a tema, interpreta quel personaggio.
Personalmente seguo diversi personaggi di fantasia e mi divertono.
Filtro: alto, totale, protezione 50. L’identità vera rimane spesso celata (non sempre: @lultimovampiro, ad esempio, interpreta in modo gradevole e non ossessivo il suo personaggio, ma la sua identità è ben nota).

Vi vengono in mente altre categorie?

Tornerò sull’argomento, dopo che avrò studiato un po’. Fermo restando che, per capire come una persona vede e vive Twitter, bisogna seguirla. E spesso neanche questo basta.

5 assurdità del Follow Friday su Twitter (#FF)

Il Follow Friday. Il venerdì delle menzioni, delle cortesie ricambiate e delle leccate di culo.
Potenzialmente, un’ottima idea. Potrebbe essere il momento più social di un social asociale come Twitter: amici che presentano amici ad altri amici.
Ma come tutte le ottime idee venute agli esseri umani, essendo poi gestita da esseri umani, s’è trasformata ben presto nella sagra della caciotta.
Antonio Lupetti boccia il #FF come spam fastidioso. Io il venerdì su Twitter, nonostante tutto, mi diverto a osservare che succede.

Ecco alcune stranezze che ho notato:

1- La lobby dei 20-25 tuitteri famosi-ma-non-troppo (ne avevo già parlato qui) che si fanno #FF reciprocamente. Come un tetto di cristallo, non segnalano mai qualcuno di nuovo, ma si rimbalzano i followers come palline di gomma rincoglionite.

2- I ragazzi che fanno #FF alla figa di turno sperando di impressionarla, aggiungendo un elenco delle qualità della bella in questione (“seguitela perchè è dolcissima tenera simpatica ecc.)
In pratica l’equivalente di conoscere una che ti piace in discoteca e, anzichè cercare di appartarsi con lei, trascinarla al centro della pista e gridare a gran voce “Ragazzi, guardate che gnocca! Provateci!”. Auguri.

3- Quelli che fanno #FF a una twitstar e perdono ogni contegno. Il #FF è già di per sè un attestato di stima; a molti però non sembra sufficiente, e allora via con litri e litri di saliva.

4- Va di moda l’#FF collettivo. Consiste nel comprimere in un unico mostruoso tweet un insieme eterogeneo di persone che manco si conoscono/seguono tra di loro. Un po’ come mettere troppi capi colorati insieme in lavatrice: l’oblò fa fatica a chiudersi, e il bucato potrebbe venire disastroso.
Ora, io sono tarda e forse scopro l’acqua calda, ma mi è venuto il dubbio che chi lo fa intenda “presentare” queste persone tra loro, più che additarle ai propri followers. Perciò vado a vedermi profilo per profilo questi utenti e decido, a volte, di seguirne qualcuno. La noia arriva quasi sempre verso il terzo, perchè nove volte su dieci nominati insieme a me ci sono aziende, agenzie, case editrici che non vedo perchè dovrei seguire.

5- I geniacci che fanno gli #FF personalizzatissimi, brillanti e bellissimi. Il dubbio è che vogliano mettersi in mostra loro, più che indicare qualcuno di meritevole.

E adesso scusate, ma è venerdì e devo correre a fare e ricambiare i #FF.

Le lagne umane su Twitter.

Ahimè. Oggi affronto un tema lacrimoso.
Le lagne umane su Twitter.

Non c’è niente da fare. La TL è costantemente invasa da laconici pensieri suicidi (o auguri di morte ai propri rivali), microrimpianti sulla dieta andata in fumo, ex che si rifanno dolorosamente vivi, ex che dolorosamente non si fanno più vivi, crisi esistenziali o mistiche così vaste e complesse che si possono descrivere in 140 caratteri.
Spesso, poi, l’infelicità vera o presunta scatena il lato poetico dell’addolorato tuittero in questione, che riflettendo arriva a strazianti conclusioni delle quali, onestamente, faremmo volentieri a meno.
Insomma, Twitter is the new diario segreto. Tutto quello che una volta avevamo la decenza di scrivere lì, oggi lo rovesciamo sulle testoline ignare dei nostri poveri followers.
Ogni 4-5 tweets, ce n’è almeno uno che lo leggi e sprofondi in una pozza di depressione.
Se non che, alla lunga, la depressione si tramuta in fastidio, e poi decisamente in noia.
Non è insensibilità. E’ l’inevitabile assuefazione.

Per favore: non lo fate.
Non è solo che la negatività porta negatività. Non è solo che, anzichè suscitare la nostra compassione, suscitate i nostri sbadigli.
Non è, nemmeno, che su Twitter dobbiamo fare tutti i brillanti, gli ironici a tutti i costi, i cinici leggeroni, ed essere sempre pronti a buttarla in battuta (anche se temo per molti sia così, ed è un’altra categoria molto pericolosa).
E’ che rischiate di stare peggio. Perchè questo non è “sfogarsi”. Sfogarsi è parlare, piangere, imprecare. E’ un flusso. Twittare l’infelicità a singhiozzo la frammenta. Si manda fuori un pezzo di infelicità e si aspetta che qualcuno lo raccolga. Se non viene raccolto da nessuno, si sta anche peggio.
La verità è che il dolore è personale. E’ una delle poche cose veramente solo nostre, e possiamo portarlo solo da soli.
Avete tutta la mia solidarietà, comunque. Condividerlo aiuta, ma solo con certe persone, purtroppo. Non con tutti.
E poi, ricordate che c’è sempre il caro, sottovalutatissimo, #silenzio.

Le 6 categorie di persone non iscritte a Facebook (più una)

Come promesso, ecco un elenco rozzo e approssimativo, basato su indagini e sondaggi casuali privi di qualsivoglia metodo scientifico (o logico in genere).
Avvertenza: esclusi dall’analisi tua nonna, tuo zio che non ha mai avuto un solo motivo per accendere un computer, il tuo gatto e i teenager che vorrebbero tanto iscriversi ma i loro genitori non li lasciano (forse analizzerò questo comportamento parentale in un prossimo post).

1- Quelli che “Facebook Non Mi Avrà”. Non sono mai stati iscritti a Facebook, ti rimarcano con orgoglio che non si iscriveranno mai, e ne fanno un vanto (di resistenza alle mode e/o di saldi valori morali).
Inutile spiegar loro che FB non è né una moda passeggera, né un luogo di perdizione. Col tuo interesse nei loro confronti ci vanno a nozze – in un mondo dove tutti parlano di FB, non gli par vero, per una volta, non esser tagliati fuori dalla discussione.
Queste persone, a rigor di logica, non conoscono Facebook. Però sembrano sapere senza ombra di dubbio:
1. che è stupido e pieno di gente stupida;
2. che fa perdere un sacco di tempo;
3. che ti arrivano “mille richieste” (non meglio specificate);
4. che è “pericoloso per la privacy”;
5. che crea dipendenza;
6. che vecchi amici che tu non vuoi ritrovare possono ritrovarti;
7. che la grafica fa schifo.
Come fanno a saperlo? Spiano le persone attorno a loro (e, presumo, scuotono la testa). Sono convinti di avere, in ogni caso, di meglio da fare. Non perdono occasione di sottolineare tutte le cose deteriori di cui sono venuti a conoscenza – Farmville, i test “Che cane saresti?” (che peraltro non circolano da tempo), e il pericolo di essere taggati in foto in cui si ha una faccia mostruosa (ma in quel caso non sarebbe più logico stare su FB, per controllare la situazione?). Altre top reasons: “A me piace conoscere le persone reali e frequentarle dal vivo” (come se su FB ci fossero dei robot, e usarlo escludesse il rapporto faccia a faccia); oppure “A me piace telefonare ai miei amici” (forse restare aggiornati anche in altri modi sembra un tradimento?)
A volte cerco di mettermi nei loro panni, e di immaginarmi Facebook come loro se lo immaginano – un posto spaventoso e orribile, dove non fai in tempo a connetterti che tutti vengono a sapere quante volte vai in bagno; dove passi ore a difenderti, strenuamente, dalla pioggia incrociata di inviti alle feste, alle cause e alle richieste indesiderate di amicizia; e dove, anche se vuoi staccarti dallo schermo per mangiare un boccone, non riesci, proprio non riesci – devi restarci incollato notte e giorno.
Spesso queste persone, in realtà, sono tentate di iscriversi. Ma non lo confesserebbero mai. Si bloccano perché temono di non saperci fare, di dover imparare tutto da zero – meglio allora mascherare la paura con lo snobismo.
Segnalo anche la variante – tutt’altro che rara – di quelli che si iscrivono in incognito. Costoro con profili finti controllano fidanzate, mariti, eccetera, ma intanto si proclamano fuori dalla “cosa”. Salvo poi, mentre fanno i gendarmi, conoscere a loro volta qualcuno su Facebook e cominciare a chattarci su Facebook e rimanerci sotto (a Facebook). Insomma: viva la coerenza.

2- Quelli che “E’ Troppo Faticoso” (variante: “E’ Troppo Complicato”). Sono stati iscritti, per un tempo abbastanza breve. Poi si sono tolti perché: “Non ho tempo nè voglia di stare davanti al computer”; “Mi hanno clonato il profilo e non sapevo come fare a riprendermelo”; “Cambia troppo spesso la grafica e non riesco ad abituarmi”; “Non cambia mai la grafica, è noioso (di solito aggiungono, sconsolati, “Era più bello Myspace!”); “Mi chiedeva di autenticare il mio account quando accedevo dalle Seychelles, e così mi sono scocciato”.
Del resto li capisco. Mi scoccerei anch’io, se alle Seychelles non avessi di meglio da fare che controllare Face.

3- Quelli che “Facebook Mi Ha Deluso”. Erano iscritti, sono stati iscritti un bel po’, hanno partecipato attivamente a mille cause, sono comparsi in mille foto, hanno chiesto l’amicizia a mille persone, hanno postato mille note e mille link (che nessuno si cagava di striscio) e poi un bel giorno hanno fatto il gran gesto: hanno mandato una lettera collettiva a tutti gli amici dicendo che erano “disgustati dal mezzo” (di cui sottolineavano la frivolezza e le caratteristiche di idrovora temporale) e quindi si cancellavano.
Io credo che la spiegazione sia molto più semplice: avevano confuso Facebook con Meetic, e non hanno rimorchiato nessuno neanche lì.

4- Quelli che “Facebook Mi Ha Spaventato”. “Mi sono tolta perchè la gente si faceva troppo i fatti miei, e stava diventando imbarazzante”. Motivazione che mi lascia perplessa. Se anche tutti sanno che ieri sera sei andata in un tal posto – qual è il problema? Hai qualcosa da nascondere? Ops.

5- Quelli che “E’ Una Cosa Da Giovani” (e magari hanno 40 anni). Persone il cui uso di internet si limita alla posta elettronica e alle news; o anche persone che per lavoro conoscono e usano Facebook, magari gestendo pagine per la propria azienda, ma non creano un profilo personale.

6- Quelli che “Facebook E’ Per La Massa”. Sono gli early adopters, quelli che usano FB da febbraio 2004, che magari lo hanno scoperto negli States e l’hanno portato qui convinti di rivoluzionare il mondo, scontrandosi per anni con la pigra indifferenza di tutti (scontro che li inorgogliva). Poi, c’è stato il boom di iscrizioni- ma loro avevano già iniziato ad allontanarsi, diretti verso altri, più intelligenti lidi (Twitter). Sono i geeks, quelli per intenderci che hanno anche TumblrFlickrFriendfeedDiggitAnobiiDeliciousStumbleuponMeemi,i pionieri di Google +, che ora piantano le prime tende in ChimeIn. (Tra l’altro, probabilmente sono il 99% di quelli che leggono questo post).

C’è poi una settima categoria: i Fantasmi. Sono quelle persone che hanno un account Facebook, ma che non lo usano mai – né si cancellano. Così tu aspetti per mesi che ti accettino un’amicizia, e magari li incontri in ascensore e non osi sollevare l’argomento, e cominci a farti mille pare – oddio magari gli sto antipatico, oddio magari non mi considera proprio, chissà che gli ho fatto – e invece no. Quando finalmente tiri fuori la cosa, e accenni timidamente a “Come mai non accetti la mia amicizia su Face?” cadono dalle nuvole: “Facebook!? Ah già, me n’ero dimenticato”.

E voi, conoscete altre categorie?

Via-e-mail, ma va là!

Oggi, per la prima volta da non so quando, sento una (età apparente 24) che dice:
“Mi è arrivato via e-mail”.

Non so, forse è solo una cosa milanese, ma qui si dice “mail” (non “e-mail”).

E soprattutto non si dice “via e-mail”. Ci vuole un secolo a dirlo: via, i, meil. Nel tempo che lo dici è arrivato il piccione viaggiatore. Magari lo si scrive, ma non si dice.
A me, poi, suona tanto anni ’00. Di solito sento dire, e dico, “Mi è arrivato per posta, mi è arrivato per mail”. Quel “via-e-mail” scandito quasi con astio mi ha un po’ sorpresa.

La tipa stava snocciolando a voce alta, al telefono, le sue traversie universitarie (professori infingardi, dispense mancanti, ecc). Il tutto, devo dire, per la gioia di coloro che aspettavano il treno con lei (e, immagino, anche del suo interlocutore). A un certo punto s’è lamentata – sempre ad altissimo volume – di un assistente colpevole di aver comunicato un orario tramite “pagina Facebook”.
“Cioè, voglio dire, ma che czz mandi su Facebook, non puoi telefonare?!? Primo, Facebook non ce l’ho, secondo, non intendo farlo per te”.

Ho capito perché usava l’espressione “via-e-mail”.

Email a parte, comunque, questa mia odierna avventura (ognuno ha le avventure che si merita) ha risvegliato la mia curiosità. Sì, mi dò questa nobile missione nella vita: studiare perché certe persone ancora non si iscrivono a Face o ad altri social, oppure se iscritte perchè si sono tolte. Immagino che il mondo non aspetti altro.
Keep you posted!