Le lagne umane su Twitter.

Ahimè. Oggi affronto un tema lacrimoso.
Le lagne umane su Twitter.

Non c’è niente da fare. La TL è costantemente invasa da laconici pensieri suicidi (o auguri di morte ai propri rivali), microrimpianti sulla dieta andata in fumo, ex che si rifanno dolorosamente vivi, ex che dolorosamente non si fanno più vivi, crisi esistenziali o mistiche così vaste e complesse che si possono descrivere in 140 caratteri.
Spesso, poi, l’infelicità vera o presunta scatena il lato poetico dell’addolorato tuittero in questione, che riflettendo arriva a strazianti conclusioni delle quali, onestamente, faremmo volentieri a meno.
Insomma, Twitter is the new diario segreto. Tutto quello che una volta avevamo la decenza di scrivere lì, oggi lo rovesciamo sulle testoline ignare dei nostri poveri followers.
Ogni 4-5 tweets, ce n’è almeno uno che lo leggi e sprofondi in una pozza di depressione.
Se non che, alla lunga, la depressione si tramuta in fastidio, e poi decisamente in noia.
Non è insensibilità. E’ l’inevitabile assuefazione.

Per favore: non lo fate.
Non è solo che la negatività porta negatività. Non è solo che, anzichè suscitare la nostra compassione, suscitate i nostri sbadigli.
Non è, nemmeno, che su Twitter dobbiamo fare tutti i brillanti, gli ironici a tutti i costi, i cinici leggeroni, ed essere sempre pronti a buttarla in battuta (anche se temo per molti sia così, ed è un’altra categoria molto pericolosa).
E’ che rischiate di stare peggio. Perchè questo non è “sfogarsi”. Sfogarsi è parlare, piangere, imprecare. E’ un flusso. Twittare l’infelicità a singhiozzo la frammenta. Si manda fuori un pezzo di infelicità e si aspetta che qualcuno lo raccolga. Se non viene raccolto da nessuno, si sta anche peggio.
La verità è che il dolore è personale. E’ una delle poche cose veramente solo nostre, e possiamo portarlo solo da soli.
Avete tutta la mia solidarietà, comunque. Condividerlo aiuta, ma solo con certe persone, purtroppo. Non con tutti.
E poi, ricordate che c’è sempre il caro, sottovalutatissimo, #silenzio.

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Le 6 categorie di persone non iscritte a Facebook (più una)

Come promesso, ecco un elenco rozzo e approssimativo, basato su indagini e sondaggi casuali privi di qualsivoglia metodo scientifico (o logico in genere).
Avvertenza: esclusi dall’analisi tua nonna, tuo zio che non ha mai avuto un solo motivo per accendere un computer, il tuo gatto e i teenager che vorrebbero tanto iscriversi ma i loro genitori non li lasciano (forse analizzerò questo comportamento parentale in un prossimo post).

1- Quelli che “Facebook Non Mi Avrà”. Non sono mai stati iscritti a Facebook, ti rimarcano con orgoglio che non si iscriveranno mai, e ne fanno un vanto (di resistenza alle mode e/o di saldi valori morali).
Inutile spiegar loro che FB non è né una moda passeggera, né un luogo di perdizione. Col tuo interesse nei loro confronti ci vanno a nozze – in un mondo dove tutti parlano di FB, non gli par vero, per una volta, non esser tagliati fuori dalla discussione.
Queste persone, a rigor di logica, non conoscono Facebook. Però sembrano sapere senza ombra di dubbio:
1. che è stupido e pieno di gente stupida;
2. che fa perdere un sacco di tempo;
3. che ti arrivano “mille richieste” (non meglio specificate);
4. che è “pericoloso per la privacy”;
5. che crea dipendenza;
6. che vecchi amici che tu non vuoi ritrovare possono ritrovarti;
7. che la grafica fa schifo.
Come fanno a saperlo? Spiano le persone attorno a loro (e, presumo, scuotono la testa). Sono convinti di avere, in ogni caso, di meglio da fare. Non perdono occasione di sottolineare tutte le cose deteriori di cui sono venuti a conoscenza – Farmville, i test “Che cane saresti?” (che peraltro non circolano da tempo), e il pericolo di essere taggati in foto in cui si ha una faccia mostruosa (ma in quel caso non sarebbe più logico stare su FB, per controllare la situazione?). Altre top reasons: “A me piace conoscere le persone reali e frequentarle dal vivo” (come se su FB ci fossero dei robot, e usarlo escludesse il rapporto faccia a faccia); oppure “A me piace telefonare ai miei amici” (forse restare aggiornati anche in altri modi sembra un tradimento?)
A volte cerco di mettermi nei loro panni, e di immaginarmi Facebook come loro se lo immaginano – un posto spaventoso e orribile, dove non fai in tempo a connetterti che tutti vengono a sapere quante volte vai in bagno; dove passi ore a difenderti, strenuamente, dalla pioggia incrociata di inviti alle feste, alle cause e alle richieste indesiderate di amicizia; e dove, anche se vuoi staccarti dallo schermo per mangiare un boccone, non riesci, proprio non riesci – devi restarci incollato notte e giorno.
Spesso queste persone, in realtà, sono tentate di iscriversi. Ma non lo confesserebbero mai. Si bloccano perché temono di non saperci fare, di dover imparare tutto da zero – meglio allora mascherare la paura con lo snobismo.
Segnalo anche la variante – tutt’altro che rara – di quelli che si iscrivono in incognito. Costoro con profili finti controllano fidanzate, mariti, eccetera, ma intanto si proclamano fuori dalla “cosa”. Salvo poi, mentre fanno i gendarmi, conoscere a loro volta qualcuno su Facebook e cominciare a chattarci su Facebook e rimanerci sotto (a Facebook). Insomma: viva la coerenza.

2- Quelli che “E’ Troppo Faticoso” (variante: “E’ Troppo Complicato”). Sono stati iscritti, per un tempo abbastanza breve. Poi si sono tolti perché: “Non ho tempo nè voglia di stare davanti al computer”; “Mi hanno clonato il profilo e non sapevo come fare a riprendermelo”; “Cambia troppo spesso la grafica e non riesco ad abituarmi”; “Non cambia mai la grafica, è noioso (di solito aggiungono, sconsolati, “Era più bello Myspace!”); “Mi chiedeva di autenticare il mio account quando accedevo dalle Seychelles, e così mi sono scocciato”.
Del resto li capisco. Mi scoccerei anch’io, se alle Seychelles non avessi di meglio da fare che controllare Face.

3- Quelli che “Facebook Mi Ha Deluso”. Erano iscritti, sono stati iscritti un bel po’, hanno partecipato attivamente a mille cause, sono comparsi in mille foto, hanno chiesto l’amicizia a mille persone, hanno postato mille note e mille link (che nessuno si cagava di striscio) e poi un bel giorno hanno fatto il gran gesto: hanno mandato una lettera collettiva a tutti gli amici dicendo che erano “disgustati dal mezzo” (di cui sottolineavano la frivolezza e le caratteristiche di idrovora temporale) e quindi si cancellavano.
Io credo che la spiegazione sia molto più semplice: avevano confuso Facebook con Meetic, e non hanno rimorchiato nessuno neanche lì.

4- Quelli che “Facebook Mi Ha Spaventato”. “Mi sono tolta perchè la gente si faceva troppo i fatti miei, e stava diventando imbarazzante”. Motivazione che mi lascia perplessa. Se anche tutti sanno che ieri sera sei andata in un tal posto – qual è il problema? Hai qualcosa da nascondere? Ops.

5- Quelli che “E’ Una Cosa Da Giovani” (e magari hanno 40 anni). Persone il cui uso di internet si limita alla posta elettronica e alle news; o anche persone che per lavoro conoscono e usano Facebook, magari gestendo pagine per la propria azienda, ma non creano un profilo personale.

6- Quelli che “Facebook E’ Per La Massa”. Sono gli early adopters, quelli che usano FB da febbraio 2004, che magari lo hanno scoperto negli States e l’hanno portato qui convinti di rivoluzionare il mondo, scontrandosi per anni con la pigra indifferenza di tutti (scontro che li inorgogliva). Poi, c’è stato il boom di iscrizioni- ma loro avevano già iniziato ad allontanarsi, diretti verso altri, più intelligenti lidi (Twitter). Sono i geeks, quelli per intenderci che hanno anche TumblrFlickrFriendfeedDiggitAnobiiDeliciousStumbleuponMeemi,i pionieri di Google +, che ora piantano le prime tende in ChimeIn. (Tra l’altro, probabilmente sono il 99% di quelli che leggono questo post).

C’è poi una settima categoria: i Fantasmi. Sono quelle persone che hanno un account Facebook, ma che non lo usano mai – né si cancellano. Così tu aspetti per mesi che ti accettino un’amicizia, e magari li incontri in ascensore e non osi sollevare l’argomento, e cominci a farti mille pare – oddio magari gli sto antipatico, oddio magari non mi considera proprio, chissà che gli ho fatto – e invece no. Quando finalmente tiri fuori la cosa, e accenni timidamente a “Come mai non accetti la mia amicizia su Face?” cadono dalle nuvole: “Facebook!? Ah già, me n’ero dimenticato”.

E voi, conoscete altre categorie?

Come far incazzare un blogger: l’affaire TT

Strano posto, la blogosfera.

Il nome, intanto. Ci avete mai pensato? Blogosfera sembra il nome di una lampada di design anni ’80 fuori catalogo. Poi, non so a voi, ma a me il concetto di sfera mette l’ansia – non solo da quando ho visto l’omonimo film con Sharon Stone (era il 1998). Mi dà l’idea di claustrofobico; una enorme boccia piena di pesci, non muti, ma che parlano troppo (il risultato è lo stesso). Anzi, forse più che pesci sono uccellini impazziti che si tweetano addosso continuamente (e magari, ogni tanto, si beccano).

Prendiamo quello che è successo pochi giorni fa. Non so se ve ne siete accorti (spero di no, o inizio a perdere la stima nei vostri confronti). Twitter, qualche giorno fa, è impazzito. I trending topics – le paroline chiave, che di solito indicano ciò di cui si sta parlando forsennatamente – erano tutti di questo tenore:

Dovendo passare parecchio tempo su internet, io me ne ero accorta. In pratica, i bimbiminkia (così i blogger chiamano affettuosamente i teenager) hanno trovato il modo di far impazzire i trending topics, retweetandosi a manetta un test con domande/afferrmazioni tipo “Ti piacerebbe vivere a Bari” o “ Gaga is our Queen”. Se volete saperne di più, leggete qui.

Ma quello che mi ha colpito di tutta questa storia è stata proprio la reazione della suddetta blogosfera. Molti blogger si sono sentiti, come dire, offesi. Hanno trovato svilito lo strumento Twitter, reo di essersi massificato. Si sono scagliati contro l’algoritmo di Twitter dicendo che va rivisto. Caterina Policaro sostiene che “l’informazione è manipolabile” e su questo sono d’accordo. (La stessa Catepol sostiene la necessità di #occupytwitter mettendo in piedi dei bot come contromossa.)

E va bene: prendiamo coscienza del mezzo, attuiamo contromosse. Tuttavia, fatico a vederci complotti. Se i “bimbiminkia” hanno voluto divertirsi, non vedo la necessità di fermarli “dall’alto”. In fondo si tratta di TT, non del Vangelo. I “giocattoli” sono di tutti: non era questo il bello della rete?

E poi lo sappiamo tutti che un bel gioco dura poco: ignoriamoli. Secondo me si stuferanno da soli.

Come non cadere nel ridicolo su Facebook / 2: I Viziati

Vi è mai capitato di guardare il cielo stellato e sentirvi, come dire, ridimensionati?
Le vostre umane sventure che perdono di importanza? Le vostre miserrime rabbie che sfumano, come vino bianco nel soffritto del risotto?

A me – oltre che col cielo – capita ogni volta che girovago nel blog del comico americano Streeter Seidell, Whitewhine (potremmo definirlo “Lagna Bianca”, nel senso di caucasica).

L’idea è semplice: creare una “collezione di problemi del Primo Mondo”, aggiornata quotidianamente attingendo dai vari social. Fare un giro tra i discutibili crucci di “persone molto privilegiate di razza bianca” vi ridarà la giusta prospettiva sull’irritante boria della nostra specie. Chiunque può segnalare un whine e l’anonimato del Lamentoso è garantito.

“White Whine” è il lamento di una persona talmente viziata da perdere il senso della realtà; un whiner non sa quello che dice – oppure, penso io, lo sa anche troppo bene.
Infatti, lamentarsi è una forma di vanteria raffinata. Ci si lamenta di qualcosa che sottende un possesso prezioso, o un privilegio. I whiners sono quasi commoventi nella banalità del loro attaccamento a certi brand e stili di vita.

C’è chi ha problemi con la tecnologia:
Fantastico, il mio MacBook Pro si è spento da solo due volte in cinque minuti. Vorrà dire che scriverò la mia relazione con l’iPad.
Ho un taglietto sul pollice, mi fa troppo male usare la rotellina del Blackberry.
Quando sto sdraiata sul letto, i colori della mia tv al plasma appaiono tutti distorti!
Ho comprato un Kindle ma poi ho dovuto comprare anche un iPad perché la gente mi guardava male (questa, confesso, l’ho scovata io).

C’è chi cerca compassione perchè ha un hangover (di champagne, of course), e chi ha problemi con l’ignoranza altrui:
Perché la gente si prende il disturbo di farmi i complimenti per la mia auto, se poi non sanno pronunciare “Audi”?

E poi ci sono meravigliose perle inclassificabili.
La prossima Ikea è a 5 miglia. Non possono farne una più vicina?
Uffa, perché in chiesa non c’è wi-fi?

Per la legge del contrappasso coloro che volevano essere ammirati vengono coperti di ridicolo: ogni whiner si trascina dietro una coda impressionante di commenti, share su Facebook e retweets, per non parlare dei reblog su tumblr.

Siamo avvertiti. White Whine, per ora, è solo in inglese; ma qualcuno potrebbe avere l’idea di farlo in italiano. Nel dubbio, astenersi da piagnistei digitali di sorta.