pensierisparsi

Maledette cose. Robe, oggetti, affari, aggeggi. Siamo sopraffatti dalle cose. Non mi raccontate che voi “siete ordinati”. Ciò che chiamate ordine è una vostra illusione. Pensate di “avere le cose sotto controllo”. Non è così, le cose non sono mai sotto controllo: siamo noi a essere controllati da loro. Le cose se ne stanno lì, tranquille nelle scatole etichettate in cui le avete riposte, solo in attesa. Perché la prerogativa delle cose è quella di sparpagliarsi il più possibile in ogni spazio disponibile. E’ una legge fisica. La legge dell’entropia. Si va verso un disordine sempre più grande, sempre più grande, sempre più grande. Voi ordinati state combattendo una battaglia contro una legge fisica universale. Vi rendete conto di quanto poco siete realistici?
Se avete un armadio, le cose lo riempiranno tutto. Se ne avete otto, ne riempiranno otto. Perché? Perché le cose sono appiciccose. Ci circondano, si infiltrano nelle nostre vite, si ficcano a forza nelle nostre tasche, nelle nostre borse, nelle nostre automobili, e si depositano infine, pulviscolo inarrestabile, nelle nostre case. Senza fare niente vi ritroverete sommersi dalle cose: arrivate chissà quando, da chissà dove. Là dove c’era spazio, ora ci sono le cose. E a nulla serve cercare di catalogarle. L’ordine che diamo loro, oltre a essere illusorio, è del tutto arbitrario. Il mio ordine non è il tuo ordine, e quindi che razza di ordine è? L’ordine è frazionare il disordine in tanti disordini più piccoli. Quindi, a conti fatti, è creare più disordine. E’ solo un espediente per stare più tranquilli. Che però richiede tantissima fatica, stress e disciplina costante, quotidiana, oraria. Ne vale la pena? Assolutamente no.
Senza contare che ci sono cose impossibili da ordinare, anche arbitrariamente. Cose che non hanno nessuna possibile sistemazione. La vitina di ricambio della caffettiera. Quale diavolo è il posto della vitina di ricambio di una caffettiera? Ve lo dico io qual è: la spazzatura. Gettate, gettate, gettate. Non perdete tempo a cercare di ordinare. Vi rovinerete la vita due volte: mentre vi sforzate di trovare un posto a tutto, e quando finalmente, convinti di esserci riusciti, non saprete più dove avete messo quella cosa assegnata alla sua Unica Possibile Sistemazione.
Ci sono oggetti particolarmente insidiosi. Una categoria che detesto è quella dei “ricordi”. I sassi trovati sulla spiaggia. La cartolina comprata e non spedita perché era tanto bella. Il biglietto del museo o del cinema dove avete limonato per la prima volta. O i biglietti aerei dei viaggi, gli scontrini fiscali in perenne attesa di sistemazione, i bottoni staccati che mai verranno riattaccati, i portafortuna… questo genere di oggetti, oltre alla totale inutilità, ha una sola caratteristica: rompere le palle. Vi staranno sempre tra i piedi, a far volume inutile, mentre cercate altri oggetti più importanti e interessanti. E finirete con odiarli, con non poterli più vedere: bel risultato per qualcosa che avete conservato con cura affinchè vi suscitasse liete memorie!
Buttate, buttate. Vivete scollegati dalle cose. Esse sono vostre nemiche e hanno mille strategie per soggiogarvi. Oltre ad essere appiccicose e rompipalle, spesso si fanno amare. Esatto. Ci affezioniamo ad esse. Al punto da non riuscire a liberarcene, a piangere se le perdiamo, a disperarci se ce le rubano. Arriviamo a soffrire alla vista di certi oggetti regalatici da persone che poi ci han trattati peggio di quegli oggetti, e, pur soffrendo, non riusciamo a liberarcene, se non con grande fatica. “E’ comunque un ricordo”, diciamo. Fatemi capire, quindi “un ricordo” è una bomba a orologeria del dolore? Pronta a esplodere appena posiamo lo sguardo su di essa?
Le maledette cose sono invadenti, attaccaticcie, sempre troppe, refrattarie a farsi catalogare, subdole e per di più vanno accudite, custodite, pulite se si sporcano, aggiustate se si rompono. Sogno una vita senza cose. Vorrei vivere con due – tre oggetti, che non esistano fisicamente, ma che si materializzino solo dietro necessità. La proprietà privata è una grande fatica. Siamo noi le cose delle nostre cose.

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