Magnini se ne va da Twitter perchè la gente è cattiva. E’ giusto?

Speravate che fossi scomparsa, eh?
Ma gnanche per sogno.
E non è scomparsa neanche la mia vis polemica (per inciso, l’unica vis che ho).

Ho scritto qualcosa sul Magnini che se ne va da Twitter, a grandi bracciate.
E sul perchè su Twitter la gente è tanto cattiva. E lo è, fidatevi.

Se volete leggerlo, è qui.

Il sottile confine tra educazione e battuta


Ci penso da tempo.
Illuminante per me è stato questo post di Simona Melani.

A volte, le persone sembrano aver smarrito la base fondamentale di ogni rapporto, digitale o analogico che sia: la buona educazione. Avete mai detto a qualcuno, in faccia, durante una conversazione “ma come cazzo parli?” o cose del genere? Scommetto di no. Cosa autorizza quindi a prendersi certe libertà online?
Ci rende davvero più fighi, più cool, “stocazzare” i cosiddetti vip, rispondere loro con astio su questioni assolutamente irrilevanti, solo per il gusto di salvare il proprio tweet “coraggioso” tra i preferiti? Perché gli italiani si ostinano ad usare i social media come dei bambini di tre anni?

Sui social siamo tutti molto più coraggiosi che nella vita offline.
Più maleducati, volendo. Sia in attacco, sia in difesa.
E’ infantilismo? E’ rabbia repressa? E’ solo voglia di mettersi in mostra?
Qual è il confine tra bonarietà (o “lollosità”, atroce ma efficace neologismo) e astio?
Tra “ridere con” e “ridere di”?

5 assurdità del Follow Friday su Twitter (#FF)

Il Follow Friday. Il venerdì delle menzioni, delle cortesie ricambiate e delle leccate di culo.
Potenzialmente, un’ottima idea. Potrebbe essere il momento più social di un social asociale come Twitter: amici che presentano amici ad altri amici.
Ma come tutte le ottime idee venute agli esseri umani, essendo poi gestita da esseri umani, s’è trasformata ben presto nella sagra della caciotta.
Antonio Lupetti boccia il #FF come spam fastidioso. Io il venerdì su Twitter, nonostante tutto, mi diverto a osservare che succede.

Ecco alcune stranezze che ho notato:

1- La lobby dei 20-25 tuitteri famosi-ma-non-troppo (ne avevo già parlato qui) che si fanno #FF reciprocamente. Come un tetto di cristallo, non segnalano mai qualcuno di nuovo, ma si rimbalzano i followers come palline di gomma rincoglionite.

2- I ragazzi che fanno #FF alla figa di turno sperando di impressionarla, aggiungendo un elenco delle qualità della bella in questione (“seguitela perchè è dolcissima tenera simpatica ecc.)
In pratica l’equivalente di conoscere una che ti piace in discoteca e, anzichè cercare di appartarsi con lei, trascinarla al centro della pista e gridare a gran voce “Ragazzi, guardate che gnocca! Provateci!”. Auguri.

3- Quelli che fanno #FF a una twitstar e perdono ogni contegno. Il #FF è già di per sè un attestato di stima; a molti però non sembra sufficiente, e allora via con litri e litri di saliva.

4- Va di moda l’#FF collettivo. Consiste nel comprimere in un unico mostruoso tweet un insieme eterogeneo di persone che manco si conoscono/seguono tra di loro. Un po’ come mettere troppi capi colorati insieme in lavatrice: l’oblò fa fatica a chiudersi, e il bucato potrebbe venire disastroso.
Ora, io sono tarda e forse scopro l’acqua calda, ma mi è venuto il dubbio che chi lo fa intenda “presentare” queste persone tra loro, più che additarle ai propri followers. Perciò vado a vedermi profilo per profilo questi utenti e decido, a volte, di seguirne qualcuno. La noia arriva quasi sempre verso il terzo, perchè nove volte su dieci nominati insieme a me ci sono aziende, agenzie, case editrici che non vedo perchè dovrei seguire.

5- I geniacci che fanno gli #FF personalizzatissimi, brillanti e bellissimi. Il dubbio è che vogliano mettersi in mostra loro, più che indicare qualcuno di meritevole.

E adesso scusate, ma è venerdì e devo correre a fare e ricambiare i #FF.

Le lagne umane su Twitter.

Ahimè. Oggi affronto un tema lacrimoso.
Le lagne umane su Twitter.

Non c’è niente da fare. La TL è costantemente invasa da laconici pensieri suicidi (o auguri di morte ai propri rivali), microrimpianti sulla dieta andata in fumo, ex che si rifanno dolorosamente vivi, ex che dolorosamente non si fanno più vivi, crisi esistenziali o mistiche così vaste e complesse che si possono descrivere in 140 caratteri.
Spesso, poi, l’infelicità vera o presunta scatena il lato poetico dell’addolorato tuittero in questione, che riflettendo arriva a strazianti conclusioni delle quali, onestamente, faremmo volentieri a meno.
Insomma, Twitter is the new diario segreto. Tutto quello che una volta avevamo la decenza di scrivere lì, oggi lo rovesciamo sulle testoline ignare dei nostri poveri followers.
Ogni 4-5 tweets, ce n’è almeno uno che lo leggi e sprofondi in una pozza di depressione.
Se non che, alla lunga, la depressione si tramuta in fastidio, e poi decisamente in noia.
Non è insensibilità. E’ l’inevitabile assuefazione.

Per favore: non lo fate.
Non è solo che la negatività porta negatività. Non è solo che, anzichè suscitare la nostra compassione, suscitate i nostri sbadigli.
Non è, nemmeno, che su Twitter dobbiamo fare tutti i brillanti, gli ironici a tutti i costi, i cinici leggeroni, ed essere sempre pronti a buttarla in battuta (anche se temo per molti sia così, ed è un’altra categoria molto pericolosa).
E’ che rischiate di stare peggio. Perchè questo non è “sfogarsi”. Sfogarsi è parlare, piangere, imprecare. E’ un flusso. Twittare l’infelicità a singhiozzo la frammenta. Si manda fuori un pezzo di infelicità e si aspetta che qualcuno lo raccolga. Se non viene raccolto da nessuno, si sta anche peggio.
La verità è che il dolore è personale. E’ una delle poche cose veramente solo nostre, e possiamo portarlo solo da soli.
Avete tutta la mia solidarietà, comunque. Condividerlo aiuta, ma solo con certe persone, purtroppo. Non con tutti.
E poi, ricordate che c’è sempre il caro, sottovalutatissimo, #silenzio.

Perchè su Facebook ci sentiamo soli e tristi

Facebook ci rende tristi. Non lo dico io, ma la Utah Valley University, che dopo lunghe ricerche sociologiche ha scoperto l’acqua calda.
Ne ho già parlato qui e qui: Facebook è una repubblica fondata sull’invidia e sul suo rovescio, la vanità. Sentimenti di cui tutti ci vergogniamo, innominabili, e, naturalmente, irresistibili.
Insomma: su Facebook ci deprimiamo perchè le vite altrui sembrano più perfette della nostra.

Ho sempre pensato che i social non siano altro che riflessi delle nostre vite. E’ un po’ come essere in un bar, con altra gente: se sei triste per i fatti tuoi, potresti diventarlo ancora di più.
Ma a questo punto, mi viene il dubbio: ma tutta ‘sta tristezza che proviamo non sarà connaturata a Facebook, ai social in generale?
Non sarà che Facebook ostacola la percezione globale delle situazioni, facendoci sentire, ancora una volta, inadeguati?
Che sia venuto meno il racconto degli eventi, il loro fluire, ciò che dava un senso al tutto?
Scoprire che il nuovo fidanzato della mia collega è un gran figo, mentre io sono single e mi sento sfigata, è una cosa. Sapere però che lei è infelice perchè pensa ancora al suo ex, e segretamente sta cercando di tornare con lui, è ben diverso.

Antonio Pavolini su Techeconomy mi dà qualche spunto. Se la prende col touch screen e in generale con gli input devices, che allontanandoci da computer e tastiere ci allontanano dalla dimensione individuale del racconto:

Certo, la colpa non è solo del touchscreen. Più cose veloci, divertenti e che rubano l’occhio si possono fare su qualsiasi device e meno tempo passiamo a “raccontare” qualcosa scrivendo su una tastiera. E questo fenomeno contagia anche le forme espressive non testuali: anche quando scattiamo una foto o un video tendiamo a raccontare sempre di meno. Il che non significa “la fine dello storytelling” ma forse la nascita di un inconsapevole racconto collettivo, che nessuno prova a governare, se non forse – con alterni risultati – le varie piattaforme di aggregazione dei “nuovi intermediatori” come Tumblr, Redux e (buon ultimo) Pinterest.

Ho una teoria diversa. Non c’è racconto collettivo: il racconto è morto.
All’uomo piace narrare, da sempre, ma narrare è cosa lenta e complessa. Richiede troppo spazio mentale e troppa riflessione per i tempi che corrono. Sono convinta che con gli anni, sul web, siamo passati sempre più dal “raccontare” al “descrivere”. I social media hanno avuto successo (e hanno ucciso i blog) anche perchè ci consentono di descrivere fatti puntuali, stati d’animo puntuali, situazioni puntuali. Il tempo è stato reso discreto, frammentato in attimi eterni. Possiamo selezionare all’origine sia ciò che vogliamo comunicare di noi, sia quando vogliamo comunicarlo. Cioè subito.
Tutto questo è dovuto all’istantaneità della condivisione, amplificata dai nuovi device come sostiene Pavolini? O a un cambiamento collettivo della visione? Non so (ancora) rispondermi. Però, descrivendo e non raccontando, è facile isolare dalle nostre esistenze quelle situazioni puntuali che ci piacciono, e condividere quelle e solo quelle col mondo.

Anche i nostri brevi testi, sempre più brevi, stanno diventando fotografici. Dal racconto di un pensiero, si passa alla sua descrizione. Penso a Twitter, a quanto rari siano i tweet “aperti”, quelli che ti invitano e invogliano a entrare e a stabilire un contatto. Il recente, enorme successo di Pinterest (o di Instagram) è molto emblematico. Cosa c’è di più descrittivo di un’immagine?
Le immagini semiprofessionali ed estetizzanti da cui siamo circondati, i testi che leggiamo in rapida successione, si limitano a mostrare un frammento della realtà, un “qui e ora” idealizzato. Non raccontano una storia – che può avere, che necessariamente ha, come tutte le storie, luci ed ombre, aspetti positivi e negativi.
Non è richiesta nemmeno una risposta sotto forma di racconto o commento articolato che restituisca al tutto una logica narrativa. Basta esprimere una rozza, approssimativa reazione (mi piace/non mi piace/rebloggo/retwitto). E’ questo, forse, il punto cruciale. La descrizione è per sua natura statica. Non dà appigli. Ci fa sentire finiti, perchè ci lascia senza domande.
La tristezza e il senso di solitudine che a volte ci assalgono su Facebook, su Twitter e sui social in genere, possono forse ricercarsi anche in questo.

Social a doppio taglio

Ci sono tante cose positive riguardo ai social media. Tantissime.
E non le elenco perchè mi sembra davvero superfluo.
Ci sono poi le cose negative. Come in tutte le cose.
Forse la più negativa di tutte è che sono degli ottimi modi per fuggire da se stessi.
Perchè è assai più facile – specie quando si è giù di corda- stordirsi con i social che non fissare un muro bianco e lasciar galleggiare le domande.

#Sanremo e gli avvoltoi di Twitter


Ieri ho guardato Sanremo. E’ colpa di Twitter. Era impossibile stare su Twitter senza guardarlo: ne parlavano tutti. Ma sono una vittima innocente. Quest’anno giuro che non lo avrei visto per davvero -non come tutti i febbrai della mia vita dall’età di 5 anni.
Sanremo è Sanremo ed è lo show perfetto per esser linciato in diretta su Twitter: eccessivo, pretenzioso e fatto male. Una corazzata che fa acqua da tutte le parti, il Superbowl dei poveri, la Corrida di Corrado. Mi sono fatta delle risate genuine.
Il giorno dopo però ho ripensato alle cose che avevo scritto, alle cose che avevo retwittato. Nella mia vita c’è spazio per gravi pensieri. Mi sono messa una mano sulla coscienza. Chi è senza peccato scagli il primo retweet.
C’è qualcosa di inevitabilmente triste in questa gara alla polemica facile e credo di sapere cos’è. Twitter non è un mezzo neutro. Fomenta un certo cinismo sottile, uno snobismo in differita, l’astio tipico di chi si annoia, appena ricoperto da una patina brillantina di umorismo scadente.
La verità è che Twitter ci trasforma in avvoltoi. Si volteggia in cerchio avidamente, cercando di abbattersi per primi sulla balbuzie di Morandi, sullo sconnesso italiano di Ivana/Ivanka (per inciso: l’unica valletta al mondo in grado di far rimpiangere Belen-Canalis), sulle stonature asinine di Shaggy e sulla tristezza del duetto Brian May – figlia di Zucchero. L’istantaneità della condivisione va a scapito della moderazione. Produce battute spassose ma sacrifica la riflessione. E’ un po’ troppo facile unirsi alla folla inferocita. Le critiche e i commenti negativi superavano quelli positivi di 99 a 1.
Mi chiedo: ma era così, una volta, quando lo si commentava l’indomani? Forse la notte portava consiglio. Non che il giorno dopo sembrasse un bello spettacolo, ma certe vane sottigliezze cadevano dove era giusto che cadessero: nel dimenticatoio.
Alla gara a chi twitta cattiverie per primo si aggiunge il Festival del Retweet. Farsi retwittare molte volte è una vittoria morale e parallela. Ovviamente sono privilegiate le twitstar con moltissimi followers, specie quelle che il giorno prima s’erano trincerate dietro cancelletti sbarratissimi tipo #noncesanremo. Sanno che il giorno successivo compariranno mappe dei retweet (come questa bellissima di Vincos) e articoli in cui saranno riportati i tweet più retwittati, insieme al nome dell’autore. Insomma, le twitstar di oggi non sono molto diverse dall’opinionista snob di ieri: quello che sedeva imbronciato in un angolo a parlar male della tv, in tv.
E guai a chi plagia le battute altrui 12 secondi più tardi. Perchè le battute mediocri sono come la teoria delle stringhe: troppo poco intuitive per scaturire spontaneamente.
Pignoleria e cinismo. Se non altro il Festival quest’anno avrà confermato una mia teoria: i social hanno il successo che hanno anche perchè fanno leva sui nostri istinti peggiori.