Perchè su Facebook ci sentiamo soli e tristi

Facebook ci rende tristi. Non lo dico io, ma la Utah Valley University, che dopo lunghe ricerche sociologiche ha scoperto l’acqua calda.
Ne ho già parlato qui e qui: Facebook è una repubblica fondata sull’invidia e sul suo rovescio, la vanità. Sentimenti di cui tutti ci vergogniamo, innominabili, e, naturalmente, irresistibili.
Insomma: su Facebook ci deprimiamo perchè le vite altrui sembrano più perfette della nostra.

Ho sempre pensato che i social non siano altro che riflessi delle nostre vite. E’ un po’ come essere in un bar, con altra gente: se sei triste per i fatti tuoi, potresti diventarlo ancora di più.
Ma a questo punto, mi viene il dubbio: ma tutta ‘sta tristezza che proviamo non sarà connaturata a Facebook, ai social in generale?
Non sarà che Facebook ostacola la percezione globale delle situazioni, facendoci sentire, ancora una volta, inadeguati?
Che sia venuto meno il racconto degli eventi, il loro fluire, ciò che dava un senso al tutto?
Scoprire che il nuovo fidanzato della mia collega è un gran figo, mentre io sono single e mi sento sfigata, è una cosa. Sapere però che lei è infelice perchè pensa ancora al suo ex, e segretamente sta cercando di tornare con lui, è ben diverso.

Antonio Pavolini su Techeconomy mi dà qualche spunto. Se la prende col touch screen e in generale con gli input devices, che allontanandoci da computer e tastiere ci allontanano dalla dimensione individuale del racconto:

Certo, la colpa non è solo del touchscreen. Più cose veloci, divertenti e che rubano l’occhio si possono fare su qualsiasi device e meno tempo passiamo a “raccontare” qualcosa scrivendo su una tastiera. E questo fenomeno contagia anche le forme espressive non testuali: anche quando scattiamo una foto o un video tendiamo a raccontare sempre di meno. Il che non significa “la fine dello storytelling” ma forse la nascita di un inconsapevole racconto collettivo, che nessuno prova a governare, se non forse – con alterni risultati – le varie piattaforme di aggregazione dei “nuovi intermediatori” come Tumblr, Redux e (buon ultimo) Pinterest.

Ho una teoria diversa. Non c’è racconto collettivo: il racconto è morto.
All’uomo piace narrare, da sempre, ma narrare è cosa lenta e complessa. Richiede troppo spazio mentale e troppa riflessione per i tempi che corrono. Sono convinta che con gli anni, sul web, siamo passati sempre più dal “raccontare” al “descrivere”. I social media hanno avuto successo (e hanno ucciso i blog) anche perchè ci consentono di descrivere fatti puntuali, stati d’animo puntuali, situazioni puntuali. Il tempo è stato reso discreto, frammentato in attimi eterni. Possiamo selezionare all’origine sia ciò che vogliamo comunicare di noi, sia quando vogliamo comunicarlo. Cioè subito.
Tutto questo è dovuto all’istantaneità della condivisione, amplificata dai nuovi device come sostiene Pavolini? O a un cambiamento collettivo della visione? Non so (ancora) rispondermi. Però, descrivendo e non raccontando, è facile isolare dalle nostre esistenze quelle situazioni puntuali che ci piacciono, e condividere quelle e solo quelle col mondo.

Anche i nostri brevi testi, sempre più brevi, stanno diventando fotografici. Dal racconto di un pensiero, si passa alla sua descrizione. Penso a Twitter, a quanto rari siano i tweet “aperti”, quelli che ti invitano e invogliano a entrare e a stabilire un contatto. Il recente, enorme successo di Pinterest (o di Instagram) è molto emblematico. Cosa c’è di più descrittivo di un’immagine?
Le immagini semiprofessionali ed estetizzanti da cui siamo circondati, i testi che leggiamo in rapida successione, si limitano a mostrare un frammento della realtà, un “qui e ora” idealizzato. Non raccontano una storia – che può avere, che necessariamente ha, come tutte le storie, luci ed ombre, aspetti positivi e negativi.
Non è richiesta nemmeno una risposta sotto forma di racconto o commento articolato che restituisca al tutto una logica narrativa. Basta esprimere una rozza, approssimativa reazione (mi piace/non mi piace/rebloggo/retwitto). E’ questo, forse, il punto cruciale. La descrizione è per sua natura statica. Non dà appigli. Ci fa sentire finiti, perchè ci lascia senza domande.
La tristezza e il senso di solitudine che a volte ci assalgono su Facebook, su Twitter e sui social in genere, possono forse ricercarsi anche in questo.

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14 thoughts on “Perchè su Facebook ci sentiamo soli e tristi

  1. Temo che tutto quanto sopra “raccontato” sia dovuto al fatto che esiste una “solitudine cosmica” (come avverto la mia) che ci lascia tutti isolati dentro le nostre egoistiche preocucpazioni. I social network amplificano e diffondono questo stato d’animo generalizzato ma che nessuno ammetterebbe mai.

    • I social spesso tengono compagnia e permettono di conoscere persone interessanti che col tempo si trasformano in amicizie vere. Ma poichè sui social, altrettanto spesso, più che comunicare ci si mette su un piedistallo per farsi ammirare, puo’ capitare che il senso di solitudine già presente in una persona si amplifichi.

  2. per quanto descritto da te all’inizio e per altro ancora mi sono cancellata da Fb il 30 dicembre e non me ne pento! Anzi, non mi manca e sto bene!
    Non riesco però a non scrivere: e lo si vede dai miei blog.
    Ho riscoperto il gusto dello scrivere a mano, dello spedire lettere, come un volermi ribellare a ciò che corre velocemente, perché ci sono dei casi in cui occorre la lentezza.

    • E’ vero, serve la lentezza. Mi sembra però che la tendenza dei social sia andare sempre più veloci. Hai notato come siamo diventati, anche, meno pazienti nella vita offline? Vogliamo tutto e subito, sempre di più: informazioni, servizi, reazioni dagli altri; preferiamo una visione parziale ma immediata a una completa ma necessariamente ad accesso più lento.

      • l’ho notato sì, per questo ho deciso di prendere le distanze.. perché mi sembra che in questo modo mi stordisca.. perché ho l’impressione di perdere il contatto con me stessa… perché ho imparato a scendere nelle mie profondità ed ho il bisogno di ascoltarmi… nel silenzio.. con lentezza rispettare i miei tempi e quelli degli altri… ho bisogno che le idee si fissino, per non perderle e per non frammentarmi.. ho bisogno di esser UNA nella mia complessità e non frammentata…

  3. purtroppo la velocità a cui la società vuol farci viaggiare è aumentata. si lavora sempre di più e le deadline sono ogni volta riviste al giorno prima, qualsiasi oggetto dei nostri desideri ce lo gustiamo ancora prima di possederlo ed una volta posseduto pensiamo già al successore, i trasporti (la TAV che va tanto di moda), le notizie, la comunicazione, le amicizie, gli amori… si rischia di non gustarsi più alcunché ma solo pregustare, un morso e poi buttare (un simbolo famoso?) altro che ansia anticipatoria.
    però “la società” siamo anche noi; e se cominciassimo a mandare impulsi “slow”?

    • L’aumento della velocità in modo parossistico è tipico della società consumistica ormai al collasso. Non mi voglio addentrare in riflessioni troppo generali e pesanti, ma hai ragione, qualcosa mi sembra si stia smuovendo in tal senso; penso al successo di spa e centri relax, alla riscoperta dello yoga e di filosofie orientali più incentrate su una felicità che viene da dentro, che non da fuori. Oppure allo slow food. Il problema è che per ora “slow” è un lusso per pochi.

  4. Secondo me, la società consumista non è al collasso, *forse* è all’apogeo, forse è solo in volo costante, ma non stiamo per assistere alla fine di nulla. I social network e questa bufala del web per tutti non sono nulla di epocale, non siamo più liberi di prima, non siamo meno liberi di prima, l’intelligenza collettiva è una palla, e siamo forse un po’ più istupiditi per il gran chiasso di milioni di voci impegnate a dire la propria e a raccontare frammenti (sono frammenti – hai ragione) di sé in un’alchimia in cui tutto vale e nulla conta.

    Una volta si vendevano le sigarette una a una, e ogni sigaretta valeva di più. Vecchio, banale, retorico, ma drammaticamente vero. I social network non denunciano nulla del tempo in cui esistono e non hanno nulla a che vedere con la libertà. Si tratta in parte di vendere sé stessi (mediocri scribacchini che si promuovono, esperti di marketing che pasticciano, politicanti locali che fan campagna, pervadono, invadono) e di consumare gli altri. (senza il fastidioso annesso di corpi veri e vite vere: liberato il corpo a Woodstock, ci liberiamo *del* corpo a Facebook)

    Apparente paradosso, in realtà il solito mercato, vendi il tuo, compri l’altrui.

    • Sei più ottimista di me, riguardo alla società. La società consumista non è al collasso? Io non vedo in giro tanta gente felice. Felice realmente, non temporaneamente perchè è innamorata o ha trovato lavoro. Parlo di una felicità come pienezza del vivere QUESTA vita. Ovunque, c’è gente scontenta che si lamenta: lavoro troppo – non ho lavoro – non ho soldi – ho soldi ma troppe responsabilità – non riesco a sposarmi – non riesco a stare coi miei figli. Il lamentarsi è parte così integrante del nostro modus esistendi che ci si lamenta anche dei privilegi.
      Questa sarebbe una società non al collasso? La società è fatta di persone, se le persone sono infelici e si ammalano, e come unica soluzione ai loro dolori hanno una carta di credito per accumulare beni materiali di cui non hanno bisogno…bè, per me la società non funziona benissimo.
      Sei più pessimista di me, riguardo al web. Io credo che “la bufala del web” sia di fatto una rivoluzione epocale. Della quale, forse, essendo ancora agli inizi, non comprendiamo nemmeno la portata. Il web e i social media stanno cambiando il modo di pensare, di rapportarci agli altri e di vedere la nostra vita. A molte persone stanno dando autodeterminazione, a molti la sensazione che cambiare le cose dal basso sia – per la prima volta – possibile. “Vendere sè stessi” è uno degli aspetti. Il più interessante per le aziende, anche quelle fatte da una persona sola. Ma non puoi negare che, con internet, abbiamo a disposizione una quantità di conoscenza inimmaginabile e inaccessibile alle generazioni precedenti. E conoscenza vuol dire cambiamento.

      • Non direi che scrivere che la società consumistica non è al collasso significhi essere ottimisti, anzi. Dell’infelicità profonda di questi tempi ho scritto spesso sul mio blog; ma per me internet non è una nota di speranza, solo una cosa che succede e che non ci cambia veramente. La diffusione della conoscenza non rende felici, e questo è il grosso rospo che dobbiamo inghiottire.

        Di nuovo complimenti, però, un blog interessante.

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